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23 Agosto

Santa Rosa de Lima, la cantautrice di Gesù

Lima, Perù, 1586 - 24 agosto 1617

      Il seguente articolo è stato preso integralmente dalla rivista “Presenza Cristiana” dei Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani).  Poiché descrive e parla  in modo originale S. Rosa da Lima, figura domenicana a noi tanto cara.

       “Rosita è innamorata”, pensò Fernando, interrompendo il suo lavoro d’incisore; e come tutte le volte che la sorella cantava, restò ad ascoltare: “Non faccio che chiamare, ed il mio amor non viene. Perché si fa aspettare? Che cosa lo trattiene?”

      La giovane improvvisava musica e parole e la sua chitarra trovava note sempre più dolci e piene di passione; secondo Fernando la sorellina cominciava a esagerare davvero.
      Limpida voce, gradevole melodia, ma le parole non erano normali per una ragazza vivace e allegra che ama ed è riamata. Fernando non si capacitava: chissà chi era l’oggetto d’amore della sorella minore?

     L’amore non è così. Rosita era una ragazza per cui più di uno dei suoi amici perdeva la testa: bella e simpatica, volto dolce e occhi ardenti, carattere battagliero. Ma quando le si parlava di qualche pretendente, neppure si degnava di ascoltare.

      Com’era possibile? Lui era innamorato di una ragazza e si sentiva saltare il cuore solo a vederla. Forse Rosa aveva già un amore segreto. Oppure no?  Non si vestiva con eleganza, si era tagliata da sé e malissimo le lunghe trecce, perchè non sopportava di sentirsi elogiare per quella splendida capigliatura.
Sì, la sorellina diventava sempre più strana. Ed esagerava, esagerava…

      Frasi e note sempre nuove, inventate da lei, ma sempre più ardenti e più strane. Era ormai una cosa preoccupante. Bisognava farlo notare alla mamma. Per la verità, la mamma era già abbastanza preoccupata. Provava per questa sua figlia un sentimento che lei stessa non sapeva decifrare. Una gran brava ragazza, troppo buona, anzi! Docile e obbediente molto più bella della sorella Juana; ma per dona Maria de Oliva costituiva un costante problema: era come se la figlia minore nel suo animo nascondesse un mistero.
Anche quella sera dopo cena, come soleva fare, entrò nel patio per prendere un po’ di fresco e di riposo; le due figlie avevano finito di riordinare le cucina, e già Rosa aveva preso la chitarra, cominciava a cantare: “mi mostri la sua faccia il mio ridente Amore, mi stringa fra le braccia, perché mi brucia il cuore”.

     Dona Oliva sospirò. Quelle frasi erano assurde sulle labbra caste di Rosa, non potevano essere dedicate ad un amore umano. Certamente lei cantava per il Signore. Forse nascondeva un suo ideale religioso.
      Dona Oliva chiese e seppe: sì Rosita inventava le sue canzoni, e le sue canzoni erano autentica “preghiera”; però non voleva farsi suora. E dona Oliva non si raccapezzava: a Lima c’erano parecchi monasteri, era logico che ci fosse posto anche per sua figlia, una ragazza che continuamente “pregava” accompagnandosi con la chitarra.

     Ma Rosa non si limitava a pregare: faceva penitenza. E che penitenza! Un giorno dona Oliva scoprì che la figlia portava addosso certi oggetti appuntiti e pungenti che cominciavano a penetrarle nelle carni.  La mamma si era molto arrabbiata e la figlia aveva pianto tanto, che aveva ottenuto almeno di fare il sacrificio di dormire sul pavimento, però sopra un materasso: e proprio quel materasso era diventato per Rosa la vera penitenza. Con la scusa di contemplare le stelle, che incendiavano il cielo di Quives e sembravano grondare di luce nella notte equatoriale, e con la scusa di pregare sulle corde della chitarra, Rosita protraeva le nottate, sorda ai richiami materni: “Si fa tardi, Rosa. Dobbiamo spegnere il lume!”

    La sua preghiera esprimeva desideri di cielo, la sua anima ardeva d’amore così intenso che la ragazza agognava di morire. Canto e musica di fuoco. Per Lui vivere, per Lui morire.
     E appena il lume si spegneva e il giardino si faceva buio e silenzioso, Rosa usciva dal patio, si dirigeva verso una catapecchia diroccata dove avrebbe trovato … Gesù vivo e sofferente nella persona di una malata ripugnante e intrattabile di cui si occupava da tempo. Infine la portò con sé in una specie di eremo che si era costruita nel giardino della sua casa dove si raccoglieva in preghiera e meditazione.

     Allora in famiglia capirono perché Rosa non voleva farsi suora. Aveva una vocazione “nuova”: dedicare la sua giovane vita testimoniando Cristo nel mondo e operando come Lui in mezzo ai più poveri. I genitori dapprima s’impennarono, poi non seppero resistere alla bontà di Rosita. Capirono e agevolarono la sua missione. Nella casa di Quive la chitarra di Rosa continuò a “pregare”, il cilicio continuò a “pungere”, per pagare  - come Cristo - un prezzo di sangue per le anime.

     Nel piccolo eremo del giardino trovarono rifugio e protezione gli schiavi fuggiti ai padroni, brutali e sfruttatori; affluivano infelici lontani da Dio, bisognosi anche di un pezzo di pane o di un vestito: Rosa pagava con la sofferenza e con l’umiliarsi nel chiedere aiuto ai ricchi per assistere ai poveri.

     A Quives  alcuni ridevano di lei: “Non si sposa, non entra in convento, non sta con le coetanee, non si diverte, tranne che a strimpellare da sola con la sua chitarra: questa è una suora di casa, una ragazza pazza! Poveri i suoi genitori !”.Ma il Signore gradiva le schitarrate non meno delle flagellazioni, e Rosita fu capita anche dai fratelli e da Juana; la lasciavano fare e collaboravano.

     La gente più intelligente e sensibile della località intuì che si trattava di un’autentica vocazione e ammiravano l’attività di questa ragazza spesa tra preghiera, penitenza e carità. Parecchie giovani scoprirono che oltre lo stato matrimoniale e religioso ci può essere anche quello di chi preferisce restare nel mondo senza essere del mondo. Si unirono a Rosa e la imitarono nel suo ideale, compiendo tanto bene. E lei continuò di tanto in tanto a comporre sulla vecchia chitarra le sue strofe appassionate, finché giovanissima morì … quasi di amore sulla nuda terra.    Era il 24 agosto 1587.

 
Santi domenicani